Carullo-Minasi

DELIRIO BIZZARRO

di e con Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi
compagnia Carullo-Minasi

periodo residenza marzo 2016

di e con Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi
scene e costumi: Cinzia Muscolino; disegno luci: Roberto Bonaventura
assistente alla regia: Veronica Zito; collaborazione artistica Ivana Parisi, Simone Carullo, Giovanna La Maestra

 

“Il folle <sragiona> spesso molto meno di quanto si creda,
forse addirittura non sragiona mai”
Eugène MinKowski_1998

 

Un Centro di Salute Mentale e due personaggi: uno, in condizione di “pazzo per attribuzione” trascorre la propria vita a interrogare le stelle, sconvolto dal futuro, discorde con il tempo presente; l’altra, donna normalissima perfettamente integrata, ossessionata dalla carriera, il progresso come religione, l’agenda come causa operandi ma che avverte un’insania incipiente.
Né pazzi né sani, Mimmino e Sofia in un dialogo serrato - braccio di ferro tra due esperienze di vita completamente opposte - si scopriranno simili, umani, sorridenti, autoironici, sebbene parti inconsapevoli di un sofisticato meccanismo congegnato per rendere l’uomo prigioniero di sé stesso e sempre infelice. Si incontrano in una terra di frontiera, il Centro Diurno di Salute Mentale “il Castello”, in cui il confine tra coloro che stanno dentro e coloro che stanno fuori sfuma in un indistinto resistere tra protocolli da rispettare e vite da
normalizzare. “Leggero come un macigno” è l’ossimoro che ci vuole guidare dentro il paradosso del contemporaneo, di due mondi apparentemente diversi tra loro, ma coincidenti in quell’unica infelicità chiamata vita. Mimmino, scoppiettante di fantasia, luce e mistero -divenuto tutt’uno con il cuntu che narra di Stidduzzu e che tanto sente l’esigenza di interpretare- in un gioco di rappresentazione che si trasformerà in realtà, predirà la distruzione del Centro ma “tace parlando” alle indifferenti orecchie, all’ arrogante sordità di “tutti gli altri”. Mimmino riuscirà a salvarsi, ma il suo urlo rimbomberà silente dentro le mura d’un “Castello” di carte, codici e categorie, Cattedrale ultima dell’identità alienata dell’uomo contemporaneo, perfetta metafora d’un mondo che tenta di categorizzare ma che di continuo esclude. L’elaborazione drammaturgica del testo è partita da confronti e scambi avuti con pazienti di strutture psichiatriche, dialoghi che hanno consentito di raccogliere quadri di vita vissuta. L’esperienza della cura del male mentale s’è trasformata in pretesto, in metafora della società e delle sue disfunzioni, approdando a una follia tutta contemporanea. Dietro il semplice obiettivo di condividere esperienze di vera vita, s’è sviluppata una ricerca assai singolare lì dove la vera sorpresa è stata la difficoltà d’operare nette distinzioni tra il sano e il malato, tra il certificante e il certificato, tra l’operatore e il paziente. Una schizofrenia che di rimbalzo tocca la funzione degli operatori della struttura, ridotti a veri e propri burocrati deprivati del ruolo di partecipazione e condivisione,
vittime essi stessi d’un meccanismo schiacciante e mortificante. Nulla accade se non viene registrato, fuori dall’elenco non esiste nulla, non esistono gli operatori, non esiste la cura. Chissà forse che i malati non esistano. Chissà forse che i malati siamo noi. L’oggi attende d’essere storicizzato, non resta che essere affetti da un delirio bizzarro che tutti ci coinvolge.

 

“La follia libera dagli affanni”
Elogio della follia, Erasmo Rotterdam_1511

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