Odiare Medea

Il sogno del Patriarcato

UNO STUDIO TEATRALE A LEGGÍO
PER ATTRICE E CANTANTE

di e con Giuliana Musso

Musiche di e con Claudia Grimaz e Andrea Mazzacavallo

Uno progetto per Pergine Spettacolo Aperto Festival 2017
Produzione La Corte Ospitale

Giuliana Musso racconta la sua Medea ispirata al romanzo di Christa Wolf, Medea Voci, ed intorno a questa avvincente narrazione esplora la natura violenta del patriarcato, il suo sogno di dominio sulla vita, sui comportamenti sessuali e sulla dimensione affettiva degli individui. Un esplorazione in forma di studio teatrale che si avvale, oltre al suo testo “La città ha fondamento sopra un misfatto”, di riferimenti scientifici tratti da Riane Eisler, Maria Gimbutas, Fritjof Capra, Rosalind Miles ed altri.
Alla musica e al bel canto il compito di tenere insieme questo delirio di personaggi e di racconti, di miti delle origini e chimere contemporanee con uno “stile osservato” che tocca la polifonia, il contrappunto, mescola il repertorio della voce accompagnata con il melodramma italiano e i nazionalismi di fine ‘800, sino a fremiti più attuali e pervasivi.

Medea, approdata con Giasone a Corinto, scopre nei sotterranei della reggia una tomba con i resti della principessa Ifinoe, primogenita di Creonte, un omicidio politico attuato per impedire che il regno ritornasse nelle mani di una donna. A causa di questa scoperta Medea, la straniera, donna di medicina e sacerdotessa, diventerà suo malgrado soggetto di una implacabile macchina del fango, di una feroce caccia alla strega, che culminerà con il suo esilio. Quando la secondogenita di Creonte, Glauce, che aveva stretto un rapporto di affetto con Medea, si suicida, la colpa ricade su Medea. Per questa falsa accusa saranno lapidati i suoi figli. Sarà la città stessa dunque, non la madre, a macchiarsi del delitto dell’uccisione dei figli di Giasone e Medea.
E’ il racconto di una Medea che non solo non uccide i propri figli ma che diventa capro espiatorio sul quale riversare tutta la rabbia, l’odio, la paura di una società in crisi.

Il romanzo di Christa Wolf a cui “Odiare Medea” si ispira prende forma dalle tracce pre-euripidee del mito e lo colloca in quel momento tragico di svolta della storia umana, quando Dio, ha cambiato genere, quando il patriarcato fermò con la violenza il progredire pacifico delle società matrifocali dell’Antica Europa. Da una manciata di millenni (piccolo periodo di tempo nella storia dell’umanità) stiamo vivendo in società androcratiche di tipo dominatore, che si costituiscono attraverso rigide gerarchie di potere, utilizzano la violenza come principio di giustizia, adorano un dio maschio che ha generato un figlio maschio, controllano e regolano la vita sessuale e riproduttiva, impongono la supremazia della ragione sui sentimenti, dell’anima sul corpo, dell’ideale sul concreto, del maschile sul femminile. Il sogno del patriarcato è un sogno di dominio assoluto, di controllo e di distruzione. In questo sogno non c’è posto per l’essere in vita, per la sua unicità e la sua complessità. In questo terribile sogno i figli, cioè noi tutti, siamo sacrificabili. Come Ifinoe, come i figli di Medea.

Per tracciare un collegamento scientificamente corretto tra la questione di genere e la distruttività del potere, le società delle origini e il mondo in cui viviamo oggi, le letture e le musiche daranno spazio anche alle suggestioni offerte dagli studi di Maria Gimbutas, Riane Eisler, Fritjof Capra, Rosalind Miles ed altri.

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