Vivere è un'altra cosa

Liberamente ispirato a Oblomov di I. Gončarov

Uno spettacolo di Oyes
Ideazione e regia Stefano Cordella
Drammaturgia collettiva
Con Martina De Santis, Francesca Gemma, Francesco Meola, Dario Merlini, Umberto Terruso
Aiuto regia e collaborazione alla drammaturgia Noemi Radice
Organizzazione Valeria Brizzi, Carolina Pedrizzetti
Produzione Oyes, La Corte Ospitale

 

 

 

Abbiamo iniziato a lavorare alla riscrittura di Oblomov, il capolavoro letterario di I. Gončarov, mentre vivevamo in un mondo in cui la rinuncia del protagonista a qualsiasi ambizione lavorativa, affettiva e sociale sembrava una scelta radicale e quasi (anti)eroica, una critica estrema ed estremista alle nostre vite frenetiche, 
dominate dalla ricerca di traguardi e perfezioni impossibili da raggiungere, e in cui è facile smarrire il senso e il motivo di tanto affannarsi.
L'isolarsi di Oblomov, allora, risultava tragico e al tempo stesso quasi desiderabile. Il definitivo e confortante abbandono di modelli di vita imposti ed effimeri, una sconfitta ed insieme una rivendicazione anticonformista e coraggiosa. Poi gli eventi ci hanno travolto. 
L'“Oblomovismo”, da tendenza individuale, si è mutato in epidemia e si è sparso per il mondo, frantumando le nostre sicurezze, ridefinendo i nostri concetti e percezioni del tempo e del futuro, trasformandoci, tutti quanti, in reclusi disorientati e spaventati da “quello che c'è fuori” e, soprattutto, dagli altri esseri umani.
Impossibile non ripensare totalmente alle tematiche e al significato del lavoro che stavamo svolgendo, e a come risuonassero, ora che tutti eravamo costretti a vivere la stessa vita del nostro protagonista, ora che Oblomov non era più l'eccezione, ma la regola.
Da qui nasce VIVERE È UN’ALTRA COSA, una performance costruita su una drammaturgia di pensieri, racconti e suggestioni di questo tempo sospeso. Gli attori hanno scavato nelle loro biografie cercando di creare connessioni e cortocircuiti emozionali con i personaggi tratteggiati da Gončarov. 
Leggendo Oblomov è difficile non fare i conti con quella parte di sé che ha rinunciato alla vita reale per rifugiarsi in una dimensione più mentale. Spesso preferiamo non agire per tenerci strette quelle poche e fragili certezze conquistate nel tempo, per paura di nuove delusioni, di emozioni su cui non abbiamo controllo. 
Si può essere felici evitando preventivamente qualunque forma di passione, scegliendo di abdicare alle piccole e grandi rivoluzioni della vita?
In un periodo in cui la maggior parte degli esseri umani è stata costretta a fermarsi rinunciando al contatto e alla socialità, ci piacerebbe ricreare, nella durata della performance, una piccola comunità che con delicatezza partecipa alla condivisione delle inquietudini che questo isolamento ci ha lasciato.