DELLAVALLE/PETRIS

in residenza nei nostri spazi > tra febbraio e marzo '18

The dead dogs
di Jon Fosse

Un giovane uomo uccide il suo vicino di casa perché il vicino di casa ha ucciso il suo cane. Violenza cieca che esplode nel quotidiano. Orrore, solo a pensarci. Risuona l’eco di molteplici fatti di cronaca, di come vengono raccontati e sezionati dai media. Orrore. Eppure istintivamente vorremmo schierarci con il giovane uomo, l’assassino. Perché? Perché il giovane uomo non è un serial killer, non è in preda alla follia, il suo gesto segue una logica, una logica tragica e primitiva, una logica di vendetta. Compie un delitto passionale, difende un affetto/ il suo unico affetto, un legame/il suo unico legame, un amore, un amico/il suo unico amico. Vendica il senso muto dello stare accanto, dell’essere compagni nella purezza che è o sembra essere ormai solo dell’animale. Il cane “è solo un cane”, certo, e proprio per questo non conosce non-detti né rancori né menzogna, è libero dalla zavorra che la parola porta con sé, dalla trappola che diventa il linguaggio nei rapporti descritti da Fosse, così fallibili e così umani. E’ per questo che sentiamo che questo orrore ci riguarda? Questa domanda è uno dei moventi del progetto che nasce anche dalla volontà di continuare il confronto con la drammaturgia di Jon Fosse iniziato con lo spettacolo Suzannah. Il testo tocca corde profonde sul valore dei rapporti, dei legami, del tempo, sulla differenza tra continuità e cambiamento, tra vedere e guardare, tra sentire e ascoltare, sul senso e sulla forma del tragico nel nostro tempo. Lo fa attraverso una forma di scrittura scarna, essenziale Non c'è quasi niente. Un titolo. Pochi personaggi senza nome: LA MADRE, IL GIOVANE UOMO, L’AMICO, IL COGNATO, LA SORELLA.. Una breve didascalia descrive lo spazio. Quello che accade, può riassumersi in poche righe. Il linguaggio (il linguaggio,il linguaggio sì ci interessa) è quotidiano. Le frasi vanno a capo simili a un testo poetico, a una partitura musicale, il ritmo delle battute e dei dialoghi è frammentato. E' nel movimento della parola, nel suo esitare e ripetersi che sembra nascondersi il senso. Questa scrittura non basta al lettore, ha bisogno di incarnarsi, in un volto, una voce, una durata. Chiede con prepotenza una messinscena. É teatralità ridotta all'osso. Testimonia il peso, la forza e la necessità di ciò che parola non è, di ciò che è inesprimibile, che, della nostra vita, è la parte maggiore.
La comunicazione ha saturato quasi ogni ambito della vita pubblica e privata ma i rapporti sono più fragili e si deteriorano facilmente, ci sembra attuale riflettere sull’importanza di mantenere la comunicazione con gli altri prima che le emozioni non si possano più contenere. Nel tratteggiare una sorta di anomala ed estrema elaborazione del lutto e che in fondo riguarda una morte collettiva, la bellezza di Fosse risiede anche nella capacità di non rinunciare agli aspetti più buffi e ridicoli dell’uomo, alle contraddizioni che ribadiscono attraverso la risata il senso di sfasamento e scollamento dalla correnti profonde del sè.

Thea Dellavalle e Irene Petris > lavorano in teatro da più di un decennio. A novembre del 2013 hanno realizzato il progetto dello spettacolo Un ballo (adattamento da Irène Némirowsky) che ha debuttato a Modena al Teatro delle Passioni (http://www.emiliaromagnateatro.com/spettacoli/un-ballo/ http://www.ilmulinodiamleto.com/wp-content/uploads/2015/12/UN-BALLO_mulinodiamleto.pdf ) e nel 2014 Suzannah di Jon Fosse, debutto RIC Festival Rieti 2014( http://www.ilmulinodiamleto.com/it/2015/12/23/suzannah-jon-fosse-mulino-di-amleto/).

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