Daf - teatro dell'esatta fantasia > X

in residenza nei nostri spazi > marzo '18

X
di Alistair McDowall
progetto e regia Simone Corso



con Angelo Campolo, Giuseppe De Domenico, Celeste Gugliandolo, Adriana Mangano, Francesco Natoli
produzione DAF - Teatro dell’Esatta Fantasia

Il testo di Alistair MacDowall si presenta come un limpido affresco sul futuro a noi più prossimo, in cui l’umanità, esaurita la corsa al progresso, si arrabatta per non scomparire nell’oblio che si è fatto attorno. La stazione spaziale di Plutone, avveniristico orgoglio dell’ingegno umano dov’è collocata l’azione, altro non è che una cornice dentro cui si delinea questa distopica allegoria del nostro esistere nell’Universo. Il denso buio che palpita fuori dalla finestra di questo avamposto sperduto nell’ignoto è lo stesso che si agita oltre le nuvole e il cielo azzurro della Terra; è il buio del grande mistero che soggiace alla nostra esistenza. È il buio che, lentamente, inesorabile, avvolge ogni cosa nella sua eterna imperturbabilità dove nessun tempo è il tempo compreso tra le ventiquattro ore di una giornata, ma un indefinibile eterno. L’unica cosa che si frappone fra l’Uomo e questo totale annichilimento è la Natura, culla e madre. Ma avendo sottratto ad essa le sue infinite possibilità, esaurendola come un serbatoio dal quale attingere, il futuro dell’umanità (la speranza per il futuro) diventa una variabile ignota, una X. Partendo da queste considerazioni, il testo di MacDowall si muove su un doppio binario: da un lato il ricordo nostalgico di una purezza ormai perduta, di una Natura accogliente, vituperata e tradita dalla mano dell’Uomo; dall’altra l’attesa di un qualcuno che venga a salvare, redimendola, questa umanità in balia di sé stessa e delle sue miserie.

Con un incedere accattivante che rifiuta l’evidenza, X ci racconta la fine del bieco percorso su cui si sta imbattendo l’essere umano; parte dalla meta per fare luce sull’oggi, sui rischi che stiamo correndo come specie e custodi di questo mondo. È un monito, ma anche un’affascinante storia di speranza. La fantascienza di MacDowall, infatti, non si riduce ad essere un mero racconto fantastico, ma una lente attraverso cui guardare alla realtà d’oggi, alle sue sfide e i suoi mali. La messa in scena mira, perciò, ad assecondare questo carattere etereo dell’opera: la stazione di Plutone diventa un Eden deserto e ghiacciato, un luogo disumano che non racconta niente della nostra cultura o della nostra storia. I personaggi si muovono su una grande banchisa bianca, lasciata alla deriva in un mare di buio liquido; immersi dentro un cerchio di luce irradiante come quella di un microscopio, si agitano come cavie senza meta o definizione, mentre intorno compaiono, fuggevoli, fantasmi rivelatori. Tutto appare e scompare, cercando di star dietro a un tempo impossibile da contare che si inceppa e si rovescia nel quadrante dell’orologio elettronico posto tra la platea e il palcoscenico, una domanda che appartiene a tutti noi: quanto tempo è passato dall’inizio della nostra Storia, quanto ce ne resta per salvarci? Così i personaggi, lentamente, perdono le loro qualità umane, i ricordi collassano su sé stessi, le identità si mescolano, tutto si azzera. Chi saranno questi epitomi umani? Gli ultimi uomini della nostra progenie o i primi di un futuro da (ri)generare?

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