Il Mulino di Amleto | Platonov

Commedia senza padri - in residenza artistica | tra febbraio e marzo '18

da Anton Cechov
riscrittura di Marco Lorenzi e Lorenzo De Iacovo
uno spettacolo di Il Mulino di Amleto
regia di Marco Lorenzi
con Michele Sinisi
e con Stefano Braschi, Roberta Calia,  Yuri D’Agostino, Barbara Mazzi, Raffaele Musella, Rebecca Rossetti, Angelo Maria Tronca
regista assistente Anne Hirth
visual concept Eleonora Diana
disegno luci Giorgio Tedesco
costumi Monica Di Pasqua
coproduzione Elsinor Centro Di Produzione Teatrale, Festival delle Colline / TPE
con il sostegno di La Corte Ospitale - Progetto Residenziale 2018
in collaborazione con Viartisti Per La Residenza Al Parco Culturale Le Serre

 

IL PRIMO TESTO DI CECHOV

Durante i tumulti della Rivoluzione Russa del 1917, Maria Čechov, sorella di Anton, nascose molti manoscritti e appunti del fratello in una cassetta di sicurezza a Mosca. Nel 1921 alcuni studenti sovietici, riuscirono ad aprirla per caso e scoprirono un testo teatrale. Cechov aveva ventuno anni quando lo scrisse. La pagina iniziale, con il titolo, era mancante. Il testo che ritrovarono era incompleto, aveva moltissimi personaggi, moltissimi argomenti e tematiche, moltissima azione…
Platonov, così in genere viene chiamato questo primo dramma di Cechov, è il fallimento dell’utopia del suo giovane autore che vuole raccontare la vita cogliendone a pieno i più profondi meccanismi. Questo suo sforzo s’infrange contro la vita stessa e l’impossibilità di coglierla nella sua interezza in un testo teatrale. Tale testo è generalmente considerato come “non rappresentabile”, o “impossibile da mettere in scena”… appunto, come la vita!
Quello che resta è un gigantesco affresco composto da brandelli di scene, dialoghi, personaggi che cercano un senso a quello che senso non può avere. Che cercano una forma a quello che forma non può avere. Che cercano un fine per quello che fine non ha.
Un grande e meraviglioso affresco incompiuto… a cominciare dal titolo!
Questo è PLATONOV / COMMEDIA SENZA PADRI: un’opera non finita per esseri umani non finiti, incompleti, incerti, resi fragili dal loro “voler essere” che si scontra inevitabilmente con ciò che sono nella realtà. Come noi.

 

CECHOV: IL SENSO DI UNA SCELTA
(Marco Lorenzi)

 Dov’è la felicità che m’hai promesso?
Anton Cechov, Platonov, atto 3.


“Certe scelte si possono fare solo con la follia dei trent’anni o con la saggezza dei sessanta”, mi ha detto una volta un famoso regista teatrale. Parto da questa frase per riavvolgere indietro il nastro che porta me e la mia compagnia a Cechov.
La volontà di cercare un cortocircuito tra Cechov e il nostro essere giovani uomini e donne, in un tempo come quello in cui viviamo, è il cuore e la carne di questo lavoro. Nella nostra ricerca non cerchiamo la chiave del personaggio ma dell’attore. E come gli attori vanno oltre il ruolo, così anche allo spettatore chiediamo di oltrepassare quella linea di confine. Lo spettacolo deve aiutare questo superamento perché nel teatro è essenziale riuscire a fondere tutti in una comune condivisione.
E se Platonov si chiede “La vita!, perché non viviamo come avremmo potuto?”, allora questa domanda deve risuonare forte tra noi e gli spettatori. Niente più deve dividere materialmente attori e spettatori. Questa compresenza può rendere ancora più percettivi i nostri sensi, più acuto il nostro sguardo e più intenso il nostro ascolto.
Ecco, infatti, il senso e il colore di un percorso: noi giovani artisti dobbiamo essere capaci di dare voce in modo eccezionale alla passione vibrante dei giovani uomini e donne del Platonov, e alla loro sconfitta in un mondo in cui i padri si sono nascosti, ritirati, “addormentati”, un mondo che somiglia così tragicamente al nostro. Un mondo che, forse, è il nostro…

Immagino questo PLATONOV in uno spazio che unisca attori e spettatori, immagino che tutto il teatro debba essere la tenuta di campagna della trama e gli attori si muoveranno vicino agli spettatori perché “Platonov siamo noi”, con la nostra fame di vita, il nostro desiderio che ci spinge sempre a cercare la felicità “altrove” rispetto a dove siamo, con le nostre delusioni e sconfitte. Per raccontare la tenuta di Anna e Vojinicev, abbiamo bisogno di una vetrata trasparente come lo sguardo degli attori e un lungo tavolo, anzi delle “tavole”, le stesse con cui Vojnicev cercherà di costruire il suo teatrino in cui si sforza di allestire uno spettacolo sgangherato durante la festa.  Mi piace il suo amore per il teatro, come mi piace l’idea che Il Platonov è lo spettacolo che Vojinicev metterà in scena quando tutto sarà già successo, quando la crudeltà dell’amore avrà già mosso tutti a partire da Platonov e Sofja, quando la promessa della felicità si sarà infranta, quando un colpo di pistola avrà già cancellato tutto. Forse il Platonov è davvero il suo spettacolo. Forse il Platonov è già tutto accaduto e quello che vediamo ne è solo una memoria… una memoria di attori.

Raramente in teatro ci è stata trasmessa tanta conoscenza del genere umano come ha fatto Cechov. Il nostro compito è riconsegnarla con la leggerezza che ci permette di entrare nel dolore del mondo per conoscerlo senza restarne impigliati.

 Marco Lorenzi

 

BIO COMPAGNIA

Da sempre la ricerca artistica de Il Mulino di Amleto si misura con i Classici che la compagnia adatta e “piega” per svelare la loro forza contemporanea, e con testi contemporanei che affronta come se fossero dei Classici. In collaborazione con la Fondazione del Teatro Stabile di Torino sono nati Gl’Innamorati di Goldoni e L’albergo del libero scambio da Feydeau. Il Misantropo da Molière è stato realizzato in collaborazione con La Corte Ospitale e ha vinto il premio del pubblico Theatrical Mass di Campo Teatrale; Senza Famiglia da Magdalena Barile, finalista al Premio Scenario 2017, è stato selezionato dal Bando Cura per le residenze IDRA e Armunia; Ruy Blas da Victor Hugo, vincitore di SIAE Sillumina 2016, è stato co-prodotto dalla Fondazione TPE e ha debuttato lo scorso novembre al Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea.

 

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