Macbeth

Data spettacolo

1

marzo
2020

Teatro Herberia

Ore: 21:00

di William Shakespeare
traduzione e adattamento Letizia Russo
regia Serena Sinigaglia
scene Maria Spazzi
costumi Katarina Vukcevic, in collaborazione con gli allievi del biennio specialistico dell’Accademia delle Belle Arti di Brera, coordinamento a cura di Paola Giorgi
con Fausto Russo Alesi, Arianna Scommegna
e con Giovanni Battaglia, Gianluca Bazzoli, Alfonso Genova, Noemi Grasso, Paolo Grossi, Sebastiano Kiniger, Stefano Orlandi,Pierpaolo Preziuso, Federica Quartana, Sara RosaLosilla, Maria Giulia Scarcella, Elvira Scorza
produzione Teatro Stabile di Bolzano

La vita è solo un’ombra che cammina, un povero attore che si compiace e smania per la sua ora di palco, e dopo torna nel nulla dal quale è venuto. È una storiella raccontata da uno scemo, piena di rumore e furore e non significa nulla” ATTO V, scena 5

Ci sono testi di Shakespeare che non puoi pensare di mettere in scena se prima non hai letteralmente incontrato sulla tua via gli attori giusti, esattamente quelli, nell’esatto momento. La prima ragione che mi ha mosso ad affrontare Macbeth è stata semplicemente questa: l’incontro è avvenuto. Fausto è Macbeth, Arianna è Lady Macbeth. Sufficientemente maturi per immergersi nell’abisso, sufficientemente giovani per non soccombervi. Ho voluto accanto a me Letizia Russo. Letizia è una drammaturga rigorosa e profonda, capace di maneggiare il verso e di restituirlo a noi, più vivido, più limpido. Sento sempre il bisogno di avere la “mia” traduzione, la mia versione, parte naturale del percorso che faccio: arrivare a vivere quella storia come se fosse mia, come se fosse di oggi. Sui grandi classici pesa una tradizione di visioni, alcune molto lineari, altre meno ma ciò che conta è che finché non ti immergi personalmente, hai idee pregiudiziali e preconcette. Macbeth e Lady Macbeth sono goffi, fragili ed insicuri. Non sono per nulla avvezzi a “fare il male”. Macbeth sbaglia tutto, i tempi, i modi, i gesti. Nel giro di pochi istanti, è smascherato. La coppia “infernale” di infernale ha davvero poco. Qui sta il cuore del ragionamento. Il punto per Shakespeare non mi pare affatto la cattiveria dei due protagonisti, essi, infatti, non hanno la scaltrezza, il cinismo e l’ingegno di altri personaggi realmente malvagi come Riccardo III. Il male che si mostra come tale è meno malvagio del male che si cela. Perché il primo, presto o tardi, viene sconfitto, il secondo, quello nascosto, è difficile da estirpare. Se ci si prende la briga di andare a leggere le cronache sui re scozzesi dell’anno mille, ci si accorge che l’assassinio, il tradimento, la violenza erano connaturate al sistema politico, ne facevano parte, lo alimentavano, erano del tutto normali. Un re sapeva di poter morire ucciso da un cugino, da un fratello, persino da un figlio. Pochissimi re scozzesi regnarono più di qualche anno. Tra questi Macbeth, che divenne leggendario proprio in virtù della straordinaria longevità del suo regno. Ma lasciamo la storia scozzese e torniamo a Shakespeare. Se uccidere, violare, mentire è la norma nei “palazzi” (o dovrei dire castelli…siamo in Scozia!), Macbeth e la Lady potrebbero benissimo essere come gli altri. Ciò che li differenzia è dunque l’opposto: non sono bravi a perseguire “il male”, non sono bravi a mentire, uccidere, stuprare. Non sanno gestire la propria ambizione e le conseguenze delle loro azioni. Vogliono ardentemente possedere “lo scettro”, come tutti gli altri, anzi forse ancora più spasmodicamente, ma semplicemente non sono capaci, sono inetti, sono tragicomici buffoni che si agitano sul palcoscenico del potere per pochi istanti e poi svaniscono, inghiottiti con facilità da gente più abile di loro. Questa inettitudine dei due protagonisti, questa goffa scimmiottatura del male, non li rende certamente più gradevoli ma decisamente più umani. Ammazzare in guerra non costa fatica a Macbeth, ammazzare per pura ambizione di potere lo distrugge. E lo spaventa. Ecco quindi arrivare le streghe. Le streghe esistono, altrimenti perché le vedrebbe anche Banquo? Esse non sono solo l’emergere dei desideri inconsci di Macbeth, sono il destino beffardo, lo scherzo del caso, le tentazioni del “sistema”, esse sono energia, pulsione, sono forze dionisiache che si scatenano dentro di noi e in mezzo a noi. L’intero sistema di potere è corrotto e malvagio, non solo Macbeth. C’è chi ci convive fino al punto di non vederlo più, come Lady Macduff; c’è chi lo cavalca, con scaltrezza e intelligenza, come Malcolm e c’è chi vi si sottomette tentando di arraffare quel che può, come i vari nobili fedeli all’uno e poi all’altro a seconda dei venti, ma nessuno in sostanza sembra salvarsi. Tra Macbeth e Lady Macbeth scorre un amore profondo, devoto e pieno di desiderio. L’uno si appoggia all’altra, si sostengono e si proteggono a vicenda, fino all’ultimo. Provo una grande forma di pietà per questo loro sentimento, così misero e nobile al tempo stesso. Misero perché sprofondano assieme in un luogo da cui non si può tornare, nobile perché in tutto questo orrore si amano davvero. Anche qui Shakespeare mi stupisce: l’unione tra i due riesce ad essere straziante, come straziante è la pazzia della regina. Anche qui la complessità dell’umano emerge e con essa l’umanità di questi due straordinari personaggi. Il loro amore li avvicina a noi, li fa sentire meno mostruosi o, ancor meglio, di una mostruosità di cui potremmo non essere immuni. Un’ultima considerazione, fuori dagli schemi abituali. Cerco il sangue tra le righe, ma non lo trovo. No, Macbeth non è come il Tito o il Giulio Cesare. I corpi martoriati non vengono esposti, la morte non viene esibita. Come se Shakespeare avesse voluto volontariamente attenersi al senso del “pudore”, tipico della tragedia greca, dove la violenza veniva raccontata, mai “mostrata”. Macbeth ammazza Duncan fuori scena, per poi darne una descrizione tanto forte da far svenire la Lady. La Lady stessa muore fuori scena, forse suicida, forse ammazzata, così come fuori scena muore Macbeth per mano di Macduff.  L’ultima guerra costa poche, pochissime vite. È facile sconfiggere Macbeth, ha già perso fin dal primo momento. Nessuno lo segue, nessuno gli crede, è un povero “idiota” perdente. Il buio ci accompagna in una lunga notte che non sembra mai finire. “A che punto è la notte?”. Come se la vita, la nostra, fosse solo una breve parentesi, la luce fioca di una candela. L’ombra della notte, dunque, avvolge i pensieri, rendendoli più cupi e spaventosi, ma avvolge anche il sangue che quei pensieri hanno reso azione. Nell’ombra è difficile distinguere l’assassinio di Banquo o quello del giovane figlio di Macduff. Nell’ombra è difficile orientarsi. Shakespeare sembra chiederci: perché l’uomo fa “il male”? Perché l’uomo è abitualmente in grado di sostenerne, poi, le conseguenze sul piano morale? Conseguenze, appunto, che né Macbeth né la Lady riescono a sostenere. Di fronte ad azioni tanto malvagie, dovrebbe essere naturale impazzire e soccombere, giusto? Allora perché la storia umana ha sparso nel corso dei secoli soprusi, violenze, morti e torti di ogni genere, senza accennare a smettere e senza impazzire e soccombere? Macbeth e Lady Macbeth non sono due mostri, non sono due simboli del male assoluto, no, niente affatto, Macbeth e la Lady sono semplicemente due esseri umani, perché in essi sopravvive ancora un barlume di coscienza, una luce che l’umanità tanto spesso ha smarrito nel corso della sua storia.

Serena Sinigaglia